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MIA CARISSIMA TULLIA
Mediterraneo aprile 2011
Il numero 36 di Mediterraneo, la rivista dell'AMAB diretta da Gino
Girolomoni, è una monografia dedicata a "40 anni a Montebello". Girolomoni
dedica questo numero della rivista alla compagna della sua vita, Tullia,
protagonista con lui della "proposta" Montebello, prematuramente scomparsa nel
2009.
Sono quasi due anni che te ne sei andata senza il nostro minimo
consenso, ma avevamo a che fare con un interlocutore a cui solo Dio può dire di
no, e che per te ci ha fatto sapere che “non poteva”. E’ grande il vuoto che hai
lasciato e la vita è dura senza di te e io non dimentico mai il quesito che mi
hai posto quando ancora stavi bene. Dopo l’ennesima fatica di Montebello, la
festa per gli ottantanni di Guido, quando avevi invitato a cena cento persone
tra cui alcuni intellettuali che non riuscivi a sopportare, soprattutto le
donne, mi hai detto seriamente: “Senti Gino, tu hai dedicato tanto tempo a
Quinzio, Ceronetti, Illich, per ringraziarli di essersi voluti legare a
Montebello, ma perché per me non fai niente? Non sono forse io quella che ha
fatto più di tutti per questo luogo?” Adorabile creatura, mi avevi fulminato
perché avevi ragione, ma io imperdonabilmente non ho risposto alla
questione d’immensa importanza che mi avevi posto con grande serietà. E’
vero Tullia, solo tu sei stata con me per quarantanni, sempre, ad affrontare
tutte le calamità che si abbattevano su di noi dopo la scelta di partenza già
assurda di per se e cioè quella di fare investimenti per due miliardi con
quarantacinquemila lire di capitale sociale, in un luogo difficile, già
abbandonato da tutti. Quando parlo di calamità che si abbattevano su di noi non
alludo agli tsunami o ai terremoti o le alluvioni, ma allo Stato, è questo
l’acerrimo nemico che ci ha dichiarato guerra per più di ventanni attraverso le
sue Istituzioni. Per diciassette anni con i sequestri di pasta integrale con la
stronzata che fosse dannosa alla salute per il contenuto di fibre e per la
nostra dichiarazione che il grano proveniva da agricoltura biologica quando
ancora le Istituzioni facevano finta di non sapere che cosa volesse dire quel
termine. I sequestri di pasta volevano dire che i clienti a cui l’avevi venduta
non te la pagavano perché erano andati a sequestrarla anche a loro, e poi non te
la riordinavano fino a quando non era concluso il processo, sempre assolutorio.
Abbiamo dovuto vendere anche gli unici terreni irrigati di Canavaccio che
avevamo comprato (perché anche gli Agnelli non vendono le proprietà per
sostenere l’azienda, invece di chiedere sempre i soldi a noi?). Poi, dulcis in
fundo, nel 99 arriva la Guardia di Finanza con i mitra spianati e stanno da noi
per un anno intero. Quando se ne sono andati ci hanno lasciato un ricordo
indimenticabile: tre miliardi di contestazioni. Per ventanni tutte le sere solo
io e te avevamo un rito arduo da compiere: dove trovare i soldi il mattino dopo.
I nostri giovani amici della cooperativa alla sera tornavano in paese, Sergio
con le opere non aveva molta dimestichezza e anzi le considerava un furto
all’invocazione. I tuoi genitori, invece di andare in pensione sono venuti ad
aiutarci e Gigi era bravo nei campi e tua madre è ancora qui e piange per aver
dovuto vedere la figlia andarsene prima di lei. I figli, i figli, solo le madri
sanno cosa rappresentano, lo ha capito l’arte di tutti i tempi che ha riempito
le Chiese del mondo con quella Santa e il suo bambino in braccio. Poi sono
arrivati i rinforzi dei miei fratelli e Francesco e poi dirigenti seri e capaci
nella cooperativa che non soffrono del lavoro che fanno anche se è faticoso, poi
i figli che hanno fatto proprio il nostro lavoro e cercano di alleviarmi la tua
mancanza. Un giorno, quando sarò decrepito, quello Stato nemico mi vorrà
dare la medaglia di Cavaliere e io dirò “No, grazie, preferisco tre milioni di
euro per i danni che mi avete fatto e la vita ancora più dura che mi avete
reso”. Di cavalieri ce ne sono già tanti, tra quelli della Repubblica o quelli
del Santo Sepolcro, quello del Governo, a me basta il titolo di Abate che mi ha
dato Piero da trentanni e quello di Patriarca che mi hanno dato gli amici di
Montebello quando ho compiuto sessantanni. Carissima Tullia il giorno dell’
ultimo saluto ho confessato in Chiesa che io avevo con te un debito di infinita
riconoscenza e in ciò che resta della mia vita cercherò di pagarlo. Intanto ti
dedico questo numero della rivista con grande affetto e tenerezza e ti ringrazio
per la tua “presenza” che sentiamo: anche io penso come gli aborigeni
dell’Australia di cui ci racconta Emmanuel, che ci sono dei defunti più vivi dei
viventi. |