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Agriturismo Montebellobio

ARRIVA SULLA TAVOLA L’ANTICA PASTA DEI FARAONI

 
Janira Maiello


Radio Corriere Tv, 9 aprile 2005

 

Gino Girolomoni, la Cooperativa marchigiana Alce Nero  e la straordinaria storia del grano trovato negli anni ’70 in un sarcofago dell’antico Egitto e tornato a nuova vita. Il pioniere dell’agricoltura biologica racconta la sua filosofia e le sue realizzazioni, dalla pasta all’agriturismo Locanda Alce Nero.

Dopo anni di ricerche, studi, viaggi e sperimentazioni, finalmente è in arrivo sul mercato “l’antica pasta dei Faraoni”. Un prodotto di autentica genuinità che, come spiega Gino Girolomoni, indiscusso pioniere del biologico italiano – nonché padre del mirabile prodigio – è meritevole di note più scientifiche, culturali ed ecologiche che meramente culinarie. Effettivamente, bisogna ammetterlo: nonostante la veridicità del fatto, l’approccio alla plausibilità di una simile meraviglia ha tutto l’ostico sapore dell’incredibile. Come può essere accaduto che , dopo un riposo di ben 4000 anni nei segreti misteri di un’antichissima tomba egizia, un dormiente mucchietto di semi abbia generato vitale virgulto di grano? Eppure quel miracolo, non ci sono dubbi, è realmente stato! Quando, dove e perché? Ecco, in breve, la straordinarietà di tanto avvincente storia.
Tutto iniziò verso la fine degli anni ’70, quando, in occasione di un autorevole convegno riguardo l’antroposofia, un archeologo consegnò ad esperte mani un prezioso sacchetto di semi di grano duro, semi rinvenuti…udite-udite, nientedimeno che in un sarcofago della Valle delle Regine, non lontano da Luxor. Nell’affidarlo, l’archeologo avanzò un’unica richiesta: qualora si fosse riusciti a moltiplicare quel grano, desiderava che fosse “battezzato” con il nome di Graziella, ossia della figlioletta tragicamente scomparsa all’età di 16 anni, durante la seconda guerra mondiale. Naturalmente, quel grano, così caparbiamente pieno di forza primordiale, germinò, germogliò…crebbe e procreò…molto bene: “…nel cammino delle nuvole, della luna e delle stelle, è tracciato il destino di ogni creatura vegetale…” Fu così che, dieci anni più tardi – era il 1980 – l’illustre maestro agricolo Ivo Totti affidò qualche etto di impagabile raccolto anche al protagonista della nostra storia: Gino Girolomoni, fondatore e curatore della rinomata Cooperativa marchigiana Alce Nero. Da allora molte furono le peripezie che seguirono, fino a quando, nel 2000, finalmente si potè avviare la produzione della mitica e tanto agognata pasta Graziella – RA, dove per “RA” si intende, come nell’antico Egitto, “SOLE”, proprio in onore all’astro che ogni giorno ricarica la terra di quella essenza fondamentale per noi e per il cosmo tutto.
“La notizia girò tanto velocemente tra gli addetti ai lavori che subito si precipitò a trovarci il direttore dell’istituto del Germoplasma di Bari, Pietro Perrino. Le piante” ricorda Girolomoni “Erano molto alte – almeno un metro e ottanta, il che le esponeva eccessivamente al vento e alla pioggia; la resa, oltretutto, era scarsa; circa 15 q.li per ettaro contro i 35 di un campo di grano duro normale. Mia moglie ed io eravamo comunque felici; che importanza può avere la quantità di fronte a tanta carica di salubrità? Vogliamo mettere il grano Graziella con il frumento che a furia di pastrocchi abbiamo tirato fuori in quest’ultimo secolo? Ci rendiamo conto che le modificazioni genetiche, finalizzate alla megaproduzione, hanno costretto il Ministero della Sanità ad autorizzare l’utilizzo di una varietà di ben 350 additivi per riuscire a “costruire” una pagnotta non dico degna di tale nome ma, per lo meno, presentabile?! Ogni volta che  mangiamo una rosetta, ingeriamo un’indicibile quantità di “robaccia”. Pochi sanno che, da 40 anni, ingurgitiamo ben 4 chili pro capite di sostanze mutagene e cancerogene all’anno. E poi ci lamentiamo della crescita a dismisura delle intolleranze alimentari, delle allergie, della sterilità, dell’impotenza, della confusione sessuale”.
Ma Graziella non è solo questo! Oltre alla sicurezza di un grano “naturale” perché non manipolato, c’è da analizzare anche il fulcro che fa la differenza, quella “speciale” differenza…. fatta appunto dalla genuinità di un biologico “puro”. Non dimentichiamo che la “pasta dei Faraoni” è una creatura del Re dell’agricoltura pulita in Italia; se oggi esiste, nella nostra nazione, un portentoso settore del biologico, sicuramente lo si deve in gran parte alla ammirabile impresa svolta proprio dal mio interlocutore Gino Girolomoni: una ventina di libri settoriali ad oggi pubblicati, 300 conferenze ed incontri dalla Svizzera alla Sicilia, decine di migliaia gli studenti accolti in 30 anni di attività ed insegnamenti.
 Voglio farvi una confessione. Sono già parecchi anni che le mie giornate spesso si scandiscono a ritmo di saporosi e piacevoli appuntamenti proprio con il nostro “lui”, l’Alce Nero  a cavallo della  battagliera speranza! Dal caffè d’orzo, il miele, le confetture e i biscotti del mattino, alla pasta, riso, cereali vari, legumi o pomodoro dei pasti  principali. Eppure, nonostante la mia incorreggibile passione e fedeltà per quei prodotti, a mio avviso di impareggiabile gusto, non credevo, prima del “mistico” incontro con il padre-fondatore del mio “sogno di vita” che, dentro quella “confezione”, si nascondesse u na vera e propria filosofia di esistenza.
Gino Girolomoni nasce ad Isola del Piano, sulle colline di Urbino. Un luogo di agricoltura e di cultura, un’anima palpitante, l’energia vitale del concepimento; eppure, agli inizi degli anni ’70, tutto appare come oblio dentro polvere di deserto. Gli agricoltori sono andati in cerca di più illusoria fortuna e il portentoso Monastero di Montebello, edificato nel 1380 dai poveri eremiti di S. Girolamo, altro non è che un cumulo di macerie abbandonato in 60 ettari di campi infestati da sterpaglie. Di fronte a tale scempio, anche gli Angeli piangono. Gino Girolomoni riesce a sentirne il lamento. Mattone dopo mattone, zolla dopo zolla, riporta la collina a nuova vita: è il primo passo verso la Terra Promessa. Oggi, lì dove n on c’erano né l’energia elettrica né l’acqua, lì dove il refettorio, senza porte, con poche finestre ed un tetto bucato era tutto ciò che restava, sorge un “Piccolo Mondo Antico”… quel regno che nei pensieri, credetemi, continua a dare forma alle mie recondite speranze…
“Qui è tutto all’insegna dell’assoluto rispetto per l’ambiente. Sì perché il vero biologico è un’idea di vita, è quello che usa energie rinnovabili. Ogni cosa in questo posto entra nella definizione; anche i materiali di costruzione che seguono i principi di bioedilizia o i concimi ricavati dalla…. “cacca” delle nostre stesse mucche. Il territorio in cui abbiamo la fortuna di vivere ed operare è adatto da sempre alla produzione biologica. Quando si trattò di decidere il luogo di ubicazione del pastificio, decidemmo di costruirlo in cima alla collina perché il disagio dei Tir che dovevano salire fin qui era egregiamente compensato dall’acqua di sorgente priva di qualsiasi forma di inquinamento a  monte; più in alto di noi c’è solo il cielo e i suoi abitanti possono al massimo piangere “stille di rabbia” a causa nostra! Nel panificio abbiamo anche fatto costruire gli essiccatoi a bassa temperatura (non più di 55°) come si faceva fino agli anni sessanta. I numerosi certificati che Alce Nero ha ottenuto nel corso degli anni non sono altro che la prova della nostra dedizione alla causa della Qualità”.
Insomma, Alce Nero, il “santo protettore pagano” scelto dal patriarca di Isola del Piano, ha simbolicamente vendicato le offese inferte alla sua gente. “Noi contadini siamo come gli indiani: loro rinchiusi nelle riserve, noi confinati nei campi; stesso peso politico, ossia zero”. Certo che è proprio vero: quando è pulita, la luce del successo, brilla di più… luce!
Ma, allora, perché, mi domando, la produzione Graziella non è accompagnata dal famoso “cavallino, con tanto di indiano all’assalto”?
“nota dolente. Questioni di scelte non condivise, tribunali…”
Capisco. E’ meglio sorvolare. Comunque: poco male. Mi sembra di capire che non c’è voluto molto perché Gino Girolomoni si affezionasse anche alla nuova icona del suo grandioso saper simboleggiare; Montebello!
“Rappresenta la pianta del Monastero di Montebello visto dal cielo. Un invito per tutti ad osservarci dall’alto per capire come, da 600 anni, camminiamo… e poi, dove andiamo, con chi, perché… E’ qui che ho costruito la mia casa, è qui che ho cresciuto i miei figli… è qui che ho imparato a trattare la vita con il rispetto di una cosa meravigliosa che non va sprecata”.
 In conclusione, cari lettori, concedetemi una riflessione.
Non so cosa questo “pezzo” abbia risvegliato in voi… A me, credetemi, il grande male del dolore di un dubbio quando si gonfia nel petto; quel dubbio sul vero valore della tua vita che, in certe esistenze, ti appare così insopportabilmente opprimente e appesantito dalla infruttuosità del superfluo… da volerlo perfino scucire. Quando mia nonna perdeva una maglia, scuciva il lavoro e poi ricominciava, la lana era arricciata, ma più bella nel suo scialle appariva la nuova forma… Legata come aquilone al mio filo di lana imbronciata, io ho deciso: riempio la valigia di euforico entusiasmo e parto. Ad Isola del Piano c’è una voce d’ascoltare, è il sostegno della madre-Terra nello smarrimento di quegli alberi sradicati che quasi tutti noi…siamo.
Chissà che, in quella quiete, anche se per poco, il mio filo non torni a tendersi nel dolce sorriso della serenità.
Chi SI ama…MI segua!

 

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