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NON È TUTTO “BIO” QUEL CHE LUCCICA, PAROLA DI ALCE
NERO Ruggero Leonardi Oggi, 01 ottobre 2003
“È facile vendere prodotti naturali: basta certificare che non è stata usata
la chimica”, ironizza Gino Girolomoni, presidente della cooperativa marchigiana
che ha il nome del capo indiano. “In realtà, ci vuole ben altro, vi spiego
cosa”.
Isola del Piano (Pesaro-Urbino) – Qui sembra di partecipare a un rito di
iniziazione. Vestiti di bianco dalla testa ai piedi, come vogliono le norme
igieniche, assistiamo silenziosi ai diversi momenti della pasta che nasce. La
farina si fa impasto e l’impasto si fa emozionante sfilata di spaghetti,
farfalline, penne, fusilli. Un occhio di riguardo, raccomanda Gino Girolomoni,
che fa gli onori di casa, alla bassa temperatura in cui avviene il processo di
essiccazione della pasta, uno dei segreti della cooperativa Alce Nero; “Che poi
segreti – precisa - non sono per nulla. Acqua, però acqua di qui; farina, però
farina di qui; e tempi di essiccazione, a una bassa temperatura consentita
soltanto se la pasta è forte come deve essere” Usciamo dalla sala macchine,
che sfornano pasta al ritmo di una tonnellata all’ora, e spaziamo con lo sguardo
su questa natura collinare, fra Urbino, Fossombrone e Isola del Piano, per
meglio capire che cosa intende il nostro ospite quando dice “è di qui”. L’acqua
che scorre sotto i nostri piedi è libera e pura, come sarebbe piaciuta ad Alce
Nero, il capo indiano preso a simbolo di combattente per la libertà da
Girolomoni per dare il nome alla cooperativa fondata più di trenta anni fa. E le
pianticelle di grano, non sono di quelle che producono e poi si estinguono in
una breve stagione (care alle produzioni di massa) ma di quelle che resistono al
tempo, oh se resistono. E poi Girolomoni, che ne sa una più del diavolo (contro
il quale conduce una sua personale battaglia tutti i giorni), la pianta giusta è
andato a cercarla al di là del Mediterraneo nelle tombe dei faraoni egizi, e a
quanto pare l’ha trovata. Il prodotto ricavato, grazie alla macina sapiente di
due mulini, da quelle spighe di grano è già in produzione esplorativa con nomi
ad hoc: “Fili di papiro”, “Farfalle della regina”. Non così strano come può
sembrare, spiega: l’Egitto è il paese del grano e le spighe che resistono non
hanno avuto soggezione neppure nelle eterne, enormi dimore dei
faraoni. Inutile spiegare, a questo punto, perché siamo venuti proprio qui
per fare chiarezza in tema di alimentazione biologica in un momento di mercato
in cui pare chic mettere l’etichetta di “bio” su ogni prodotto. Se “bio” è
ricerca di autenticità, lui, Gino Girolomoni, figlio e nipote e pronipote di
contadini, è “bio” dalla testa ai piedi. “Noi siamo nati qui, come la quercia,
come il castagno, e se siamo riusciti nell’impresa di restituire la vita a terre
in stato di abbandono è perché di queste terre eravamo figli. Il biologico è un
prodotto di questo posto. E tutto, in questo posto, entra nella definizione.
Perfino le sue mucche, razza rossa pezzata, ma con un mantello che non è proprio
rosso. Bisogna vederle, per capire che bellezza di colore è. Ma per vederle
bisogna camminare, come se fossimo in un safari nella savana africana alla
ricerca dei leoni. Dentro i confini della vasta tenuta vanno a foraggiarsi
dove pare a loro e ai loro vitellini. Non partecipano alla produzione della
pasta con il loro latte, spiega Girolomoni, quello è per i vitellini. Ma la
cacca deposta sui prati, quella si entra nel circuito produttivo: è concime
biologico che si allinea agli altri elementi dell’azienda. Dati freschissimi
inducono al trionfalismo su scala internazionale. L’alimentazione biologica
rappresenta un mercato dalla crescita mondiale di oltre il 15 per cento l’anno.
L’Italia riveste un ruolo leader in Europa, con circa 1,2 milioni di ettari
dedicati all’agricoltura biologica (pari al 25 per cento dell’intera produzione
europea e seconda al mondo dopo gli Stati Uniti). Si parla di 57 mila aziende
produttrici, 4.000 imprese di trasformazione, 122 esportatori, per un fatturato
di 1,6 milioni di euro nel 2002 che rappresenta il 33 per cento in più rispetto
al 2001. Ma forse non è tutto oro quello che luccica e nessuno meglio di
Girolomoni può aiutarci a capire. È il momento, dunque, di entrare in casa.
Ma anche la casa “è di qui”. È un monastero riattato che risale al 1380, quando
il beato Pietro Gambacorta di Pisa fondò la congregazione dei Poveri Eremiti di
San Girolamo. Lo studio colmo di libri dove il presidente della cooperativa Alce
Nero deve pensare a cose serie (bella responsabilità una struttura agricola su
cui campano 50 famiglie del luogo!) era la stanza dell’abate. Disagio a
muoversi con tanta storia che sembra colare dai muri? Al contrario, “Vivere qui,
dice, “paga la mia fatica quotidiana”. E così vien fuori l’anima religiosa, che
in lui è intransigente come in tutte le battaglie che conduce. In testa a tutte
quella contro gli Ogm, Organismi geneticamente modificati, il fatto che qualche
alto prelato si sia espresso a favore di questi prodotti in cui hanno mescolanza
specie diverse scatena in lui pensieri, come dire?, quasi scismatici. Ma ora
scoltiamolo. “Il biologico non può essere soltanto un prodotto accompagnato
dalla certificazione che non sono stati usati ingredienti chimici. Quando lo
abbiamo inventato noi, era un’idea di vita. Alimentazione sì, ma non solo:
trattare gli animali in un certo modo, concedendo spazi liberi, tutelarsi con
una bioedilizia a base di materiali non tossici, come pietre e mattoni;
ricorrere a vernici esenti da insidie chimiche. Più in generale aprirsi al nuovo
ma senza dimenticare, da contadini, la tradizione senza, come si dice, buttare
via il bambino con l’acqua sporca. E rivalutando l’entroterra rivalutando
l’agricoltura. “Tanti pionieri del biologico sono tornati nelle campagne
rimettendo in lavorazione terreni abbandonati come noi qui. Mai inseguire la
smania di produrre molti quintali per ettaro (70, 80, addirittura 100 in
Francia), perché il terreno in breve si impoverisce e viene fuori un pane che
non è più pane, ma qualcosa che non riesci a tenere insieme senza qualche
additivo. Il detto latino “Mens sana in corpore sano” vale anche per la terra.
Il biologico di domani è quello che usa energie rinnovabili. “Stiamo vivendo
un momento magico? Non so, sono preoccupato. Certo, vengo ora dalla Germania (10
mila operatori in questo settore) dove ho visto testimonianze di un vivere
biologico: mulini a vento che due anni fa non c’erano, pannelli fotovoltaici
sopra le case. Sono preoccupato perché non so chi vince sotto l’insegna del
biologico come modo di essere. So che ventimila su quarantamila agricoltori del
biologico la pensano come me. In questo momento non si delinea la sconfitta né
la vittoria. È una battaglia in corso, ho fiducia che vinceremo noi”. Ha
fiducia anche perché la sua è battaglia culturale a tutto campo, con presenze di
cultura autentica che fin dalle origini lo hanno affiancato. Lo scomparso Sergio
Quinzio (grande cultore dei profeti biblici di cui è cultore egli pure), Guido
Cernetti e tanti altri. La via di Montebello passa per un museo dell’arte
agricola, che reca anch’esso l’impronta personalissima del padrone di casa. Un
grande pannello con i ritratti di Giuseppe Garibaldi e di Justus Von Liebig, e
attorno, i Girolomoni contadini del Novecento. Liebig fu esaltato per l’impiego
dei concimi chimici, ma infine scrisse: “Ho peccato contro il Creatore e quindi
ho ricevuto la dovuta punizione”. “I miei antenati contadini, invece, se ne
sono andati senza doversi pentire di niente”. E così si accomiata da noi il
combattente del biologico affilando le armi per nuove battaglie.
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