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TORNA IN TAVOLA IL GRANO DELLA REGINA Alessandro
Farruggia Quotidiano Nazionale, 01 marzo 2002
Quattromila anni, e quei semi sono ancora splendidamente in forma. È un grano
che viene dal passato, dall’Egitto dei Faraoni, quello che Gino Girolomoni, uno
dei protagonisti della rinascita dell’agricoltura biologica in Italia, ha
seminato con successo sui colli di Urbino nella cooperativa “Alce Nero”. E forse
un giorno il grano duro dei Faraoni tornerà anche sulle nostre tavole: per
adesso Girolomoni l’ha salvato e ieri l’ha presentato ufficialmente con una
grande cena nella quale il grano dei Faraoni è stato l’indiscusso protagonista.
“Quei semi, un sacchetto appena – racconta Girolomoni – mi furono consegnati nel
1980 dal mio maestro agricolo Ivo Totti, che li aveva avuti da un archeologo
italiano che a sua volta li aveva trovati in una tomba della Valle delle Regine,
non lontano da Luxor. Per oltre quattromila anni avevano ‘dormito’ e io mi
chiesi se non fosse il caso di piantarli e di vedere quello che succedeva”.
Funzionò, come con gli stessi semi aveva funzionato a Reggio Emilia, grazie ad
un altro pioniere come Paride Allegri. “Io e mia moglie Tullia – ricorda –
raccogliemmo nel luglio 1980 quel grano che avevamo seminato nel campo davanti
al monastero”. Le piante erano molto alte, almeno un metro e ottanta (il che
le esponeva eccessivamente al vento e alla pioggia), e la resa era scarsa,
attorno ai 15 quintali per ettaro contro i 35 di un campo di grano duro normale.
Ma era pur sempre una meraviglia veder rinascere dei semi che erano rimasti in
una tomba per migliaia di anni. “La notizia girò tra gli addetti ai lavori e
si precipitò subito a trovarci il direttore dell’Istituto del germoplasma di
Bari, Pietro Perrino, che nella sua banca dei semi conserva 60 mila antiche
varietà di cereali”. Fu lui ad identificare quel grano duro come varietà
‘triticum duranicum’, che è servita come base per il moderno grano
‘Kamut’. Nell’’81 il raccolto era stato di 5 o 6 quintali e l’antico grano
sembrava ormai salvo, ma una sorpresa era in agguato. “Nell’inverno del 1982,
molto freddo, i piccioni ce lo mangiarono praticamente tutto”. Se ne era salvato
solo qualche covone dato alla cooperativa di Bruno Sebastianelli, che solo nel
2000 si ricordò di quel grano e lo restituì al Girolomoni. “A questo punto –
osserva Girolomoni – è diventata per noi una priorità farlo rinascere come punto
di partenza di un lavoro di ricerca a più largo raggio verso altre varietà di
grano, così come abbiamo fatto e faremo”. E siccome ogni promessa è debito,
quelli di “Alce Nero” daranno a questo grano il nome promesso all’archeologo che
l’aveva trovato e cioè Graziella, in onore di una figlia scomparsa all’età di
dieci anni. Non pago, Girolomoni, si è messo alla ricerca di altre varietà
perdute. “Sono tre anni – racconta – che giro il Mediterraneo alla ricerca di
sementi e di varietà più congeniali al metodo biologico”. Una ricerca
culturalmente degna di nota ma anche ecologicamente importante, perché
sottolinea l’importanza della biodiversità e della tutela e riscoperta delle
specie vegetali che per migliaia di anni ci hanno dato il cibo. E che ancora
oggi sono importanti sia come banca di sapori che come preziosa riserva di
germoplasma.
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