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SE GLI AFFARI SI FANNO IN CASCINA
Giorgio Bernardelli
Avvenire, 9 aprile 1998
L’agriturismo è diventato solo business? Parlano gli esperti e chi
in campagna ci vive
7.500 aziende con un milione e 400.000 ospiti l’anno,
un giro di soldi di 500 miliardi. “Si sta passando a una fase consumistica –
dice Pratesi – ma vicino ai parchi nazionali il fenomeno è ancora autentico”.
Girolomoni: “Io consiglio di andare dove i prodotti biologici sono certificati”.
Lo Surdo: “È comunque un modo per rispettare la vocazione del territorio”.
Vannucci: “Il vero pericolo viene dai ristoranti che propongono nel menu vini francesi”.
In principio era la vacanza alternativa per antonomasia. Al posto di
ombrelloni e grandi alberghi, qualche giorno a riscoprire colori e sapori della
campagna. Oggi in grandi ville patrizie si possono trovare anche Plaza in
miniatura. Dove la stalla sarebbe fuori posto esattamente come a
Portofino. Esiste ancora un’anima agricola nel fenomeno che va sotto il nome
di agriturismo? Oppure il successo crescente di questa forma di turismo, in
fondo non è altro che il risultato del suo essersi piegata alle leggi della
vacanza di massa? Il problema lo ha sollevato qualche settimana fa un lettore
del Manifesto. “Sono stato in vacanza con la mia famiglia in una struttura
agrituristica della Provenza – scriveva in sostanza -. Ci è successo quanto
avevamo già sperimentato anche in alcuni posti in Italia: nell’albergo grande e
splendido in cui abbiamo soggiornato, di agricoltura non c’era nemmeno l’ombra,
a parte la finzione di un piccolo orticello sotto le stanze. Strutture così – si
chiedeva il lettore – possono ancora essere considerate agrituristiche?”. La
domanda non è oziosa. Anche perché le leggi, proprio in forza della valenza
agricola di questo fenomeno, assicurano particolari agevolazioni a chi
intraprende questo tipo di attività. E i tempi pionieristici in cui questa era
solo una nicchia di mercato sono ormai alle spalle. I dati aggiornati parlano
nel nostro Paese di 7.500 aziende agrituristiche, dotate complessivamente di
105.000 posti letto, con un giro d’affari annuo che supera i 500 miliardi.
Durante il ’97 da queste strutture sono passati 1.400.000 turisti, il 20% dei
quali stranieri. Che cosa trovano? Generalizzare è impossibile. Certo è,
però, che scorrendo le schede di presentazione (ce ne sono un buon numero anche
su internet) le sorprese non mancano. Ad esempio non è così difficile imbattersi
in aziende agricole che, oltre alla piscina hanno anche il campo da golf o
ospitano esposizioni di arte contemporanea. Si può ancora parlare in questi
casi di agriturismo? Fulco Pratesi, figura storica dell’ambientalismo
italiano, proprio in questi giorni tornato alla guida del Wwf, invita a non
drammatizzare. “Certo – spiega – che ci sia gente che passa da questi posti
senza capire il significato dell’agriturismo, è vero. Però è un fenomeno in
qualche modo ineluttabile. Anche per questa realtà c’è in atto un passaggio da
una fase più ruspante, a un’altra che è gioco forza più consumistica. Teniamo
però presente che non dappertutto è così: soprattutto nelle zone vicino ai
parchi nazionali, l’agriturismo più autentico è ancora molto forte”. Una
catalogazione di massima, la propone Gino Girolomoni, il fondatore di ‘Alce
Nero’, la realtà marchigiana tra le prime in Italia a introdurre l’agricoltura
biologica. “Ci sono agriturismi che assomigliano più a Country club e che non
sono legati alla produzione alimentari dell’azienda – inizia -. Offrono cibi
prodotti dall’industria altrove. Che questi agriturismi abbiano poco a che fare
con la campagna è ovvio. Però la gente ci va: i luoghi sono belli, l’aria è
pulita; e questi sono comunque beni che nella città non si trovano
più”. Esiste però anche un estremo opposto: “Ci sono anche agriturismi
approssimativi – continua Girolomoni -, qui i contadini sono veri, si mangia
qualcosa prodotto in azienda, ma sono sistemati alla meno peggio, con mobili
brutti, i dintorni dell’abitazione disordinati. Sono luoghi in cui si ‘soffre’,
ma anche lì c’è gente che ci va perché si accontenta della campagna”. E una
via di mezzo? “Credo che una buona metà degli agriturismi italiani – risponde –
siano strutture sistemate con cura, in aziende dove vive il proprietario e dove
è possibile trovare la pensione completa o solo il pernottamento in camere o
appartamenti. Io consiglierei di scegliere tra quelli di aziende biologiche
certificate, perché così si aiuta a crescere un mondo che ha fatto una scelta
importante”. Su questo punto Pratesi si spinge ancora più in là: “Dove la
chimica ha trasformato in maniera pesante la produzione – commenta – difficile
pensare ad un agriturismo che non sia solo di facciata” Ma strutture
turistiche rurali che sanno andare anche oltre l’agricoltura, sono davvero un
male? “Dietro a questi discorsi c’è un grande paradosso – si difende Giorgio Lo
Surdo, direttore di Agriturist, una delle tre associazioni che riuniscono le
aziende del settore -. Le leggi impongono che l’attività agricola sia prevalente
nelle nostre aziende. Però l’agricoltura in Italia è in ridimensionamento.
Esistono addirittura contributi comunitari per far sì che certi terreni non si
coltivino. Bisogna capire quindi che l’agriturismo è comunque un modo per
mantenere alla sua vocazione questo territorio”. Va bene, ma il campo da golf
fa parte di questa vocazione agricola. “Il campo da golf va in direzione dei
tempi – risponde Lo Surdo – ed è sempre meglio che realizzarci sopra dei
capannoni. Ricordo la stessa polemica qualche anno fa quando cominciammo a
realizzare le piscine: tanti erano scandalizzati, forse non sapevano che
d’estate la campagna è il posto dove fa più caldo”. Secondo il direttore di
Agriturist non è comunque vero che l’agricoltura sia relegata a un ruolo
marginale. “Smettiamola di identificare la campagna con una figura di contadino
che non esiste più - piega -. Oggi le aziende agrituristiche, se vogliono
sopravvivere, devono specializzarsi sui prodotti di qualità, ma una volta che ho
in mano la bottiglia di vino pregiato o il vasetto di confettura, è finita solo
la prima parte del ciclo produttivo. Se voglio venderlo, devo portare nella mia
azienda gente disposta a comprarlo. Allora si capiscono il campo da golf, i
confort, le operazioni per qualificare il territorio. Ma l’obiettivo resta
sempre quello di far sì che l’ospite quando va via abbia nel bagagliaio la cassa
di bottiglie di vino prodotto nell’azienda”. Chi di strutture agrituristiche
in giro per l’Italia ne ha viste tante è certamente Sandro Vannucci, anima della
fortunata trasmissione televisiva Linea Verde. Da lui viene l’invito a guardare
a un’altra faccia della questione. “Credo che l’importante sia mantenere un
legame con le tradizioni di un territorio – commenta -. Non è un problema quello
di essere pidocchiosi oppure no. Se uno ha una camera messa bene, è giusto fare
una proposta di qualità. Ma ad esempio qui in Toscana, al posto del prosciutto,
che si trova anche al mercato, all’agriturismo bisognerebbe offrire quello della
cinta senese, che è una razza in estinzione perché è economicamente meno
vantaggiosa da allevare. Con operazioni di questo genere si evita che una parte
importante del nostro patrimonio agricolo vada persa. Promovendo così una vera
cultura. Perché il vero pericolo, secondo me, è il ristorante della struttura
agrituristica, che al posto dei prodotti della zona propone nel suo menu il vino
francese”.
CERONETTI: GLI INTELLETTUALI E IL GUSTO DEGLI
ASPARAGI. Un
intervento di Guido Ceronetti intitolato “Macchine e
campagne, intellettuali e realtà contadina”, è pubblicato sull’ultimo numero di
“Mediterraneo”, della comunità “Alce Nero”. È la trascrizione di un intervento
preparato dallo scrittore per un incontro a Isola del Piano nell’estate 1977, a
cui parteciparono Belfiori, Bo, Quinzio, Tombari, Vicari, Volponi. Scriveva
Ceronetti che secondo Moravia “il male italiano è che non ci siano abbastanza
industrie. Ah, lo accontenteranno presto: non si pensa che a impiantare e a far
vivre industria, a qualunque costo”. Se, diceva, si considera che “quel che
resta di ‘Civiltà agricola’ sia il grande focolaio di pestilenza, il peccato
originale da cancellare, si dovrebbe essere ottimisti, ne resta veramente poco.
Lo schiacciamento in atto è così perfetto e massiccio da far sperare in una
distruzione completa entro pochi anni”. “Non c’è niente di più normale –
continua ricordando un’altra frase di Giono sugli asparagi – che desiderare di
mangiare una cosa che abbia il suo sapore naturale. Non avere più questo
desiderio è un segno di degenerazione. Un uomo con i sensi non stravolti
desidera un asparago con il gusto di asparago”. Ormai, era l’opinione di
Ceronetti, campi e vigne sono industrie, “e se del male viene da loro è del male
industriale. La campagna oggi attossica, in senso mentale, psichico e materiale.
Attossica perché è industria mascherata, contaminazione industriale che finge di
essere altro”. Nel testo Ceronetti si riferiva anche al disastro ecologico.
Quanto agli intellettuali, oltre a contraddire Moravia, Ceronetti osservava che
“Per non mentire bisogna dire il meno possibile, fare della patafisica e del non
senso, per restare dignitosi e non vergognarsi. Sforzarsi di capire
stravolgimenti così colossali richiede energie che non abbiamo”.
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