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QUANDO LA LEGGE FRENA L’AGRICOLTURA PULITA Fulco
Pratesi Corriere della Sera, 3 aprile 1994
È giusto che le misure igieniche divengano sempre più severe. Un passato non
troppo lontano in cui le malattie infettive mietevano molte vittime ci ammonisce
a non prendere sottogamba le prescrizioni in favore di un ambiente in cui i
batteri siano il più possibile assenti. Vi sono però casi, legati a recenti
normative, che se applicate alla lettera, inferirebbero seri colpi a quel tipo
di agricoltura che si definisce ecologica e più vicina alla natura. Un primo
provvedimento riguarda le norme sanitarie per la produzione e la
commercializzazione di latte dettate dalla Comunità europea e ratificate dal
Parlamento. Questa norma, preoccupandosi della qualità del latte posto in
commercio, impone che per ogni millilitro di esso, siano presenti non più di una
certa quantità di germi e di cellule somatiche. Ora, se per il latte vaccino da
vendere crudo tali limiti possono (e debbono) essere rispettati, i problemi
sorgono per il latte di pecore, capre, bufale. È vero che in questo caso le
quantità di batteri e cellule ammesse sono notevolmente superiori a quelle del
latte bovino. Va però ricordato che l’80% di ovini e caprini vengono munti in
piena campagna, soprattutto nel Meridione. E poi, per la totalità dei casi, si
tratta di un latte destinato alla caseificazione, ove i trattamenti termici sono
intensi e prolungati. Per queste ragioni le associazioni di categoria chiedono,
onde evitare una grave crisi nel settore dell’allevamento brado, una revisione
delle norme che tengano conto delle esigenze dei produttori dei 403 formaggi
tipici italiani, molti dei quali finiscono in malghe e in ovili. Un secondo
problema riguarda l’uso del letame animale per la concimazione dei campi, una
pratica oggi (con l’enorme diffusione di fertilizzanti chimici) desueta, ma che
risulta indispensabile nelle tecniche di agricoltura biologica. Denuncia Gino
Girolomoni, responsabile dell’azienda agricola Alce Nero: le norme della legge
contro l’inquinamento delle acque pongono gravi limiti e divieti all’uso di
deiezioni animali per le colture. È divenuto obbligatorio, per esempio, creare
piattaforme di cemento per il deposito del letame, privandolo del contatto con
il terreno, indispensabile per la sua attivazione. In più, per spandere il
concime animale, occorre fare domanda in carta da bollo allegando le mappe dei
terreni e la relazione del geologo che garantisca non esserci pericoli per le
falde acquifere. Quello che l’agricoltore, a ragione, si domanda è il motivo per
cui, tutte queste nuove misure non siano richieste per lo spandimento di
velenosi insetticidi, fumiganti, diserbanti e per l’uso di concimi azotati,
responsabili anch’essi, con i nitrati, di inquinare le acque sotterranee. Certe norme, comprensibili e necessarie per i grandi allevamenti non collegati ad
ampie superfici agricole, divengono eccessive quando coinvolgono piccoli
allevamenti artigianali indirizzati all’agricoltura che non può essere attivata
se non si dispone di una adeguata fornitura di letame.
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